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Di Herbert Poletti
Il 18 marzo, in Piazza Andrea Costa a Cesenatico, si svolge la focarina di San Giuseppe, riproposta, nel rispetto di una lunga tradizione sempre suggestiva, dall'Associazione giovanile "Lungo Raggio", con il patrocinio del Comune di Cesenatico. Collabora, come di consueto, il Centro Sociale Anziani, per consolidare lo "sposalizio" tra giovani e anziani che, da anni, conserva valenze sociali e tradizionali. La festa, al centro della quale sta il gran falò, è allietata da una costante animazione da strada.
Molti stands gastronomici completano il quadro di quest'antica e importante festa popolare che nel tempo, purtroppo, ha perso molti significati essenzialmente culturali, ma che ancora oggi, per fortuna, conserva quello di rimanere un punto d'incontro della comunità di Cesenatico e della sua voglia di socializzare divertendosi.
Come ci ricorda Dario Mazzotti in un vecchio articolo della "Gazzetta di Cesenatico", il culto di San Giuseppe è antichissimo anche se si diffuse in occidente solo nel 9° secolo, per diventare pubblico e liturgico nel 1400; sempre Mazzotti rileva la proclamazione nel 1870 di San Giuseppe quale "patrono universale della Chiesa" e la proclamazione nel 1955 (io credo nel 1950!), per il 1° maggio d'ogni anno, della festa liturgica di San Giuseppe Lavoratore da parte di Pio XII.
La vecchia tradizione trae, comunque, origine dalle feste compitali che onoravano, con i fuochi, la nonna dei Lari, la dea Larunda e la dea Mania, l'immagine della quale era esposta sulle facciate delle case.
Un'ulteriore ricerca conferma come la focarina affondi le sue radici tradizionali nell'antica Roma, dove i pastori cercavano con questi falò di propiziarsi anche i favori della dea Palilia, protettrice dei raccolti e delle messi (alcuni ritengono che i falò abbiano addirittura tradizioni celtiche).
Fino a qualche tempo fa, nelle campagne, i contadini erano desiderosi di bruciare le potature, poiché, metaforicamente, con esse si "bruciava" l'inverno, insieme ai tanti guai che l'avevano seguito.
Talvolta sulla focaraccia o fogaraccia (denominazione del riminese) era montato, su di una pertica, un fantoccio nero, spesso una strega, che impersonificava appunto l'inverno che i festanti esorcizzavano bruciandolo insieme alla legna. Il valore apotropaico del bruciare la legna o il fantoccio serve sia per allontanare ed esorcizzare l'inverno (il maligno!), sia per annunciare la primavera. A seconda del luogo serve, in generale, a scacciare le paure legate alla sopravvivenza (a Rocca San Casciano si accende un falò per ogni rione e uno sulla riva del fiume Montone, perché in seguito a disastrose inondazioni, dal 12° secolo, si usa bruciare della legna con la speranza di placare le acque).
Si tratta della segavècia che Federico Fellini ci mostra in apertura del suo "Amarcórd". Marino Moretti, crepuscolare cesenaticense, spiega ne "I puri di cuore" il significato di Segavecchia: «Era infatti una delle più ingenue feste invernali, la festa dei bimbi ed anche delle vecchie, perché la Segavecchia, che reca i doni di frutta all'infanzia, è ben vecchia. E i bambini dicevano: "E' la festa delle vecchie!". E le vecchie rispondevano: "E' la festa dei bambini!". Allora la vecchia che portavano in piazza, a Forlimpopoli, la riempivano di frutta anziché di stoppa o di paglia o di crino: due burloni, armati di una gran sega, le tagliavano il collo alla vecchia e la frutta che ruzzolava per terra era di chi la voleva».
Le donne organizzavano la veglia, imbandivano la tavola con piadine, salsicce e uova sode, e mandavano le piccole a raccogliere le viole nei prati, perché si credeva che strofinandosi gli occhi con i petali di questo fiore, scaldati dal fuoco dell'imérz (denominazione del savignanese), si sarebbe diventati più belli.
Intorno al falò si ballava e si giocava per evocare San Giuseppe che, nel corso dei secoli, s'era andato a sostituire alla dea pagana e, proprio come oggi, si approfittava del momento di aggregazione paesana per festeggiarne la comunità e la socializzazione di tutti i suoi membri.
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